46°convegno AIIG - Lecce 18 ottobre 2003
Ugo Leone
Università di Napoli
Per una didattica dei "beni culturali"
Credo di immaginare che cosa gli organizzatori di questo convegno intendessero affidarmi come tema della mia conversazione, ma, a costo di deluderne le aspettative, devo dire che il mio concetto di bene culturale non coincide totalmente con quello più ricorrente. È più estensivo, dal momento che intendo come bene culturale non solo monumenti in pietra, per così dire, o più generalmente i prodotti della cultura materiale, ma anche i beni ambientali e il paesaggio. Di conseguenza le mie riflessioni e il mio invito a farne con me, verteranno proprio su queste tre componenti.
La questione su che cosa sia bene culturale è abbastanza dibattuta e, volendo, se ne possono trovare posizioni vicine a quelle più ricorrenti oggi sin dal passato abbastanza lontano se si pensa che gli antichi consideravano meraviglie del mondo sette costruzioni umane il colosso di Rodi, il tempio di Artemide, la piramide di Cheope, il tempio di Giove, il faro dellisola di Faro, i giardini pensili di Babilonia, la tomba di Mausolo- che oggi, appunto, definiremmo "beni culturali".
Ma a sostegno della mia interpretazione estensiva posso ricordare che lUnesco nel lungo catalogo dei beni patrimonio dellumanità inserisce, sì, una grande quantità di prodotti del genio umano (dai centri storici di Napoli e Roma ai Sassi di Matera allAcropoli di Atene ai monumenti nubiani, per ricordarne solo alcuni), ma classifica anche moltissime "meraviglie naturali" nelle quali luomo ha solo il merito (dove ce lha) di non avervi messo mano (dalla Lapponia alla barriera corrallina ad una lunghissima serie di parchi nazionali, oasi, estuari).
Va ancora aggiunto che la rubrica on line della rivista le "scienze" il 3 ottobre scorso nel riportare la notizia della biennale pubblicazione dellelenco dei siti più a rischio della Terra ne elenca 100 nei vari continenti. Ebbene, anche in questo caso si tratta di "beni" prodotti dalluomo.
Insomma è difficile dire quale sia linterpretazione giusta.
Io preferisco ricorrere alla interpretazione estensiva anche perché mi consente maggiori spunti di riflessione e di invito alla riflessione. Soprattutto nel tentativo di dare risposta ad un quesito suggeritomi dallampio tema di questo 45° convegno AIIG -"Qualità territoriali tra ricerca e didattica"- e, cioè, "come i temi della qualità territoriale, della qualità ambientale, dei beni culturali in genere, possono essere tradotti in chiave didattica?".
Comincerei immaginando la lezione come un ipertesto e so di non scoprire niente o di non suggerire nulla di particolarmente originale perché è verosimile che molti utilizzino questa tecnica. Comunque, nel caso specifico, mi piace immaginare un ipertesto che si sviluppa lungo lintero corso dellanno scolastico e consente di sviluppare largomento con la continua apertura di finestre. Soprattutto partendo da alcuni concetti chiave: qualità territoriale, qualità ambientale, beni culturali.
E importante a questo punto, cominciare col definire territorio e ambiente troppo spesso ritenuti luno sinonimo dellaltro e, immediatamente dopo, definire il concetto di qualità. Qui il discorso si fa particolarmente delicato perchè introduce largomento degli indicatori; nel caso specifico degli indicatori di qualità e, nel caso ancor più specifico, di qualità del territorio e dellambiente.
Dedicherei un po di tempo a queste definizioni perché ritengo importante che gli allievi imparino ad utilizzare un lessico, per così dire, comune e privo di equivoci.
Dunque, spazio, territorio, ambiente e, soprattutto, trasversalmente, luomo la cui esistenza evidentemente dà senso e concretezza a questi discorsi.
Nel momento in cui ha cominciato a prendere possesso del grande "teatro" terrestre e a porsi in esso come "attore protagonista", l'uomo ha cominciato anche a voler fare lo scenografo. Con il passar del tempo la scenografia offertagli dalla natura lo ha soddisfatto sempre meno ed egli l'ha sostituita con una sempre più "sua" nella quale poter meglio recitare la parte.
Oggi è quasi protagonista assoluto, apparentemente svincolato dall'originaria scenografia. Ma la natura continua ad intervenire per modificare il copione in modi talora prevedibili, talaltra imprevedibile.
Insomma, oggi la natura fornisce le quinte, l'uomo disegna la scenografia. Ma deve necessariamente avere consapevolezza del fatto che una scenografia "pesante", non attenta alla eventuale fragilità delle quinte, può anche franare su attori e palcoscenico interrompendo drammaticamente la rappresentazione.
Scene, scenario, palcoscenico e quantaltro costituisce il teatro della rappresentazione della vita da parte della natura e delluomo, vengono chiamati in modo diverso: spazio, territorio, ambiente. Spesso questi tre termini, come ricordavo, si ritengono indicativi dello stesso concetto. E opportuno dire chiaramente che non è così.
Cominciamo dallo spazio che è la realtà più astratta e immateriale, ma anche la più ampia delle tre che ci proponiamo di definire. Possiamo dire che lo spazio è quella realtà alla quale in epoche diverse, con tecniche differenti e per vari scopi, gli uomini, socialmente organizzati, hanno dato o negato valore. E lo hanno fatto chiedendogli di adempiere ad una o ad altra funzione.
Nel dare un valore allo spazio a seconda della capacità di svolgere funzioni "utili", luomo ha, di fatto, stabilito una "gerarchia" tra i diversi tipi di spazio. Al vertice della graduatoria ha messo gli spazi di massima utilità; agli ultimi posti gli spazi ritenuti di nessuna o scarsa utilità e, perciò, "marginali" rispetto ai primi.
Questa scelta, avvenuta non a caso, ma sotto la spinta di precise motivazioni economiche e di valutazioni di ordine sociale, ha segnato il momento di territorializzazione dello spazio. Prima delluomo cera lo spazio; con luomo è "comparso" anche il territorio.
Spazio e territorio,dunque, non sono la stessa cosa.
Lo spazio è lo scenario preesistente. Quando è comparso sulla scena, luomo-attore se ne è appropriato (anche molti altri animali lo hanno fatto e lo fanno nei loro spazi), lo ha reso una realtà meno immateriale, più concreta: lo ha, come dicevo, territorializzato.
Il territorio, dunque, si tocca; lo spazio no. Ma territorio non è sinonimo di suolo. Esso, cioè, non è solo la piattaforma fisica sulla quale appoggiamo i piedi, costruiamo strade, città, industrie, pratichiamo lagricoltura. Il territorio è anche un contenitore di risorse: materie prime e fonti di energia. Ed ha aspetti diversi: pianeggiante, collinare, montano; agricolo, industriale, urbano. E il palcoscenico della nostra metafora iniziale.
Non è lambiente. Questo lo possiamo definire come linsieme delle condizioni naturali e degli interventi umani che caratterizzano uno spazio ed un territorio nei quali si svolgono relazioni umane. E il teatro della rappresentazione che, giorno dopo giorno, sempre diversa, si recita dalla comparsa delluomo.
Tuttavia, ancor prima della comparsa delluomo lo spazio terrestre ha subìto profonde trasformazioni, perché come sappiamo la Terra è un organismo dinamico in continuo mutamento. Sino alla comparsa delluomo ha avuto una fisionomia che, pur con le grandi trasformazioni che hanno caratterizzato la sua esistenza, dalla Pangea ad oggi, ci consente di parlare di ambiente naturale. In esso vivevano piante ed animali che avevano solo il problema di sopravvivere alle eventuali difficoltà che derivavano dalle talora sconvolgenti trasformazioni che hanno caratterizzato la Terra nel corso della sua storia geologica.
Poi con la sua comparsa, luomo ha cominciato a dare "valore" allo spazio.
Gli ha dato un suo valore, lo ha umanizzato. E così facendo, addomesticandolo alle sue esigenze, ha cominciato anche a ridurne il valore per le altre specie ( piante e animali) esistenti sulla Terra.
Con luomo si può anche cominciare a parlare di "ambiente" individuando con questo termine l'insieme delle condizioni che, letteralmente, circondano gli esseri umani sulla superficie della Terra (in inglese, environ = significa "circondare", "attorniare"; environment significa "ambiente"; ma, prima ancora, in latino il verbo ambire significava "girare attorno", "cingere", "circondare").
E su questo spazio che i primi esseri umani hanno cominciato ad agire trasformandolo secondo le proprie esigenze, dandogli un valore secondo propri "parametri" di misurazione. Insomma quando luomo è "arrivato", con i suoi bisogni, con i suoi comportamenti tutti diversi da quelli di piante ed animali, si è accorto che lo spazio -almeno quel poco che conosceva- non era tutto uguale. Ve n era di rispondente ai suoi bisogni e, quindi, "utile"; ma ve n era anche di non atto a soddisfare le sue esigenze.
I primi antenati tentarono di modificarlo con tecniche di trasformazione che oggi possiamo definire rudimentali, ma che costituivano pur sempre il massimo dello sviluppo tecnologico di quel momento storico.
A volte vi riuscirono e quello spazio così conquistato divenne, appunto,"utile"; altre volte no e restò "inutile".
Ritengo importante questa sottolineatura perché è dal concetto di valore che si può passare a quello di "bene" materiale o immateriale che sia.
Valore e marginalità non dipendono esclusivamente dalle caratteristiche naturali di un determinato tipo di spazio, ma dallimportanza che i gruppi sociali vi hanno dato. In più questa importanza è anche mutevole, per cui spazi e "beni", risorse, potremmo anche dire, un tempo ritenuti di grande valore possono diventare via via marginali e viceversa.
Molti esempi possono essere portati. Uno mi sembra particolarmente significativo del passaggio anche altalenante da centralità a marginalità e viceversa.
Quando i primi gruppi umani hanno fondato i primi insediamenti, lo hanno fatto prevalentemente nelle pianure costiere; oppure sulle rive di un fiume la cui presenza, tra laltro, consentiva anche la possibilità di scambi e collegamenti con altre popolazioni rivierasche. Nel momento dellinsediamento, per quel gruppo, quello spazio era di grande importanza, mentre lo spazio più interno, collinare o montuoso, aveva unimportanza del tutto marginale. Quando l eventuale floridità economica raggiunta da quel gruppo è stata insidiata da scorrerie di pirati, il cui pericolo proveniva proprio dal mare, la popolazione originata dal primo insediamento costiero ha cominciato a retrocedere considerando pericoloso quel luogo ed è andata ad insediarsi più allinterno. Magari proprio sulle colline più sicure e meglio difendibili.
Lo spazio costiero abbandonato ha cominciato a degradarsi, si è impaludato, si è diffusa la zanzara e con essa il rischio della malaria. Quello spazio è diventato progressivamente marginale rispetto allo spazio interno valorizzato dal nuovo insediamento umano.
Ma, col passare del tempo, venuto meno il rischio di scorrerie piratesche dal mare, la popolazione ha ritenuto opportuno recuperare il comodo insediamento costiero che ha così recuperato valore mentre quello collinare lo ha progressivamente perso. Ora quella popolazione prospera e sviluppa attività che occupano sempre più spazio: spazio costiero, ma anche lo spazio a ridosso di questo.
Qui il processo si potrebbe fermare. Ma, in realtà, se un giorno che può non essere lontanissimo, le temperature terrestri dovessero aumentare al punto tale da provocare un sostanzioso scioglimento dei ghiacciai polari, questo fenomeno libererebbe una grande massa di acqua: gli oceani e i mari si ingrosserebbero, il loro livello salirebbe sensibilmente, ampi tratti di costa verrebbero sommersi. Ciò comprometterebbe la sicurezza delle zone costiere e, nel caso del nostro esempio, la popolazione di cui stiamo parlando potrebbe essere costretta a lasciare di nuovo la costa che, una volta sommersa, perderebbe di valore a vantaggio della rivalorizzata zona collinare più allinterno.
E un esempio, tra i tanti possibili. E non è un esempio fuori della realtà. LItalia con i suoi 8000 chilometri di coste e di pianure costiere, è stata nel passato notevolmente coinvolta in fenomeni di questo tipo, specialmente lungo le coste meridionali.
Ma, passando di scala, si potrebbe portare lesempio delle risorse e dei luoghi in cui si trovano che acquistano, perdono ed eventualmente riacquistano importanza a seconda del ruolo che quelle risorse storicamente ed economicamente svolgono nel modello di sviluppo. Altrettanto potremmo dire per Pompei, Ercolano e simili siti, un tempo "semplici" città oggi assunte al rango di "beni cuturali". E, dopo essere diventate marginali per il lunghissimo abbandono o per la sepoltura dalle ceneri del Vesuvio hanno oggi assunto un enorme valore culturale ed economico. Così come i primi opifici industriali interessati prima dalla produzione di ricchezza (e inquinamento) dei primi decenni della rivoluzione industriale, poi dalla successiva dismissione e oggi recuperati ad altro valore come esempi di archeologia industriale.
Ma torniamo ai "beni culturali".
Come dicevo, avendo introdotto il concetto di valore risulta più agevole parlare di "bene", di tutela, di salvaguardia; degli strumenti per luna e laltra; degli obiettivi delluna e laltra sintetizzabili, essenzialmente nella fruibilità, ma, come si dice oggi, di una fruibilità sostenibile. Cioè di una fruibilità perpetuabile per le generazioni future; cioè realizzata oggi in modo tale da non comprometterla.
Il concetto di "compromissione" consente di chiederci salvaguardare da cosa e per chi? Salvaguardare, lho appena detto, per il futuro e salvaguardare dal degrado.
Ma che cosa è il degrado? (come vedete continuo ad aprire finestre, in questo discorso). Il degrado si definisce semplicemente come la perdita di valore di un bene. Cioè del capitale natura e del capitale dei prodotti della cultura materiale, cioè dei prodotti delluomo. Quale valore? Un valore economico ed un valore immateriale. Questo valore può essere calcolato con una formuletta che ci dice che il VET, cioè il valore economico totale deriva dalla somma del valore duso, del valore dopzione e del valore desistenza. (Valore effettivo duso è quello che si ricava dalluso diretto o indiretto dellambiente o di un suo "bene"; valore dopzione consiste nella possibilità che lambiente, le sue risorse, le sue componenti naturali e i prodotti delluomo, forniscano anche benefici futuri; valore desistenza appartiene alla sfera più immateriale della soddisfazione che può derivarci dalla consapevolezza che un determinato "bene" esiste e viene protetto).
Oggi, direi purtroppo, ma senza particolare scandalo, per essere convincenti bisogna soprattutto puntare sul valore economico. Bisogna cioè, essere capaci di dire quanto un determinato bene vale in termini di danaro, dollari per esempio. Perché dire ciò ci consente di dimostrare quanto il degrado ci impoverisce e quanto la tutela ci mantiene ricchi e perchè conviene realizzarli. Una valutazione del genere è stata tentata e proposta dal gruppo di ricercatori guidati da Robert Costanza che nel 1997 ha valutato in oltre 51.000 miliardi di dollari allanno il valore della Terra in termini di servizi che una natura integra fornisce allumanità. Al primo posto di questi servizi viene posto il "servizio alimentare" (29.0000 md di $) fornito tramite i cicli dellazoto e del fosforo. Ma è significativo registrare che al secondo posto viene classificata lofferta di valori estetici, cioè quello fornito dai beni di cui sto parlando i quali sono quelli che, tra laltro, alimentano il turismo e, quindi hanno anche un elevato valore economico stimato in 5.000 miliardi di dollari allanno.
Infine qualche considerazione su quel grande bene culturale che è il paesaggio, lo scenario offerto dalla natura all'insediamento e alle attività dell'uomo, il contenitore visivo delle considerazioni fatte sino a questo momento e la cui trattazione può avere interessanti ricadute didattiche soprattutto per quanto riguarda gli strumenti nuovi che oggi abbiamo a disposizione per leggere il paesaggio e i suoi mutamenti.
Esistono molti modi di leggere il paesaggio e molte indicazioni se ne possono trarre.
Innanzitutto questa lettura consente di ricostruire il peso dell'intervento umano.
Ma come leggere una realtà dinamica come il paesaggio traendone indicazioni ed insegnamenti?
Bisogna partire proprio dal concetto del paesaggio come realtà dinamica per ricordare che esso è, sì, come prima dicevo, uno scenario e un contenitore di beni culturali, ma è anche un prodotto umano, dellazione umana nel tempo. In quanto tale cambia continuamente, è diverso nelle varie epoche storiche, può essere diverso nelle varie stagioni dellanno.
La lettura di questi cambiamenti ci dice come luomo ha operato trasformando un paesaggio, per così dire, neutro in paesaggi diversi e variamente connotati: paesaggio agrario, urbano, industriale E la lettura dei segni del mutamento ci consente anche, in taluni casi in modo obiettivo, di esprimere giudizi di valore su interventi che hanno modificato il paesaggio, talora irreversibilmente e degradandolo (cioè facendogli perdere di valore).
Ma come leggerli? Con quali strumenti? Come possiamo affermare oggi che un paesaggio che abbiamo sotto gli occhi era diverso duecento anni fa e magari dire anche che si è imbruttito?
Oggi il paesaggio lo fotografiamo da terra, da mare, da cielo con strumenti che lo scandagliano in tutte le sue componenti. La disponibilità di questi strumenti, specialmente laerofotogrammetria (per non parlare delle foto da satellite), è acquisizione abbastanza recente; non se ne aveva disponibilità cento e più anni fa. Dunque, come effettuare i confronti per costatare e giudicare i mutamenti?
Il rilievo cartografico è certamente un importante strumento che consente confronti interessanti. Penso al lavoro dellIstituto Geografico Militare che fornisce importante materiale per operare in questo senso; penso al famoso Atlante dei tipi geografici di Olinto Marinelli e alla "riproposizione" che sempre lIGM si accinge a farne tra qualche mese. Ma questi confronti non possono spingersi troppo lontano nel tempo. Perciò bisogna fare ricorso ad altri strumenti appartenenti alla più tradizionale e perciò anche più antica, iconografia del paesaggio: mappe, carte, guaches, dipinti. Non solo. Anche i diari e le descrizioni di viaggio forniscono importanti elementi: penso a tutta lampia e preziosa letteratura alimentata dai viaggiatori del Grand Tour che spesso agisce quasi come una macchina fotografica nel delineare scenari paesaggistici oltre che di vita quotidiana.
La lettura incrociata di tutti questi strumenti ci può dare elementi sufficienti per dire se e quanto un bene culturale è rimasto tale e, quanto, eventualmente è stato trasformato in "male" culturale.
Un ultimo "suggerimento", se mi consentite, lo mutuo da unesperienza vissuta nel tentativo di ricostruire Le trasformazioni del paesaggio italiano dal 1945 ad oggi. Lho fatta questa esperienza in una video cassetta a supporto del libro di Geografia che nel 1996 ho scritto per leditore Loescher (Dallo spazio al territorio. Una geografia delluomo nello spazio). Ebbene, individuati alcuni aspetti particolarmente caratterizzanti le modificazioni economico-sociali vissute dal Paese nel periodo 1945-1995 (la ricostruzione, lindustrializzazione, lurbanizzazione, labbandono delle campagne, la turistizzazione, la motorizzazione, i disastri naturali), per mettere in risalto i segni che tutto ciò ha lasciato sul paesaggio, abbiamo fatto ricorso a 31 spezzoni di film che ci sembrava bene illustrassero i mutamenti avvenuti nel cinquantennio. Il ricorso a alla cinematografia, specialmente ai documentari, pertanto è un altro importante stumento di lettura dinamica del paesaggio.
Il tutto anche a dimostrazione che la Geografia non è una scienza morta, ma è in continuo divenire, ed è capace di utilizzare ai suoi fini tutti gli strumenti che anche lavanzamento tecnologico ci mette a disposizione.