Percentuale di Popolazione con Accesso a Fonti Sicure di Acqua Potabile

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La percentuale di popolazione con accesso a fonti sicure di acqua potabile è calcolata come rapporto percentuale tra il numero di persone che possono usufruire di acqua potabile e il totale della popolazione. È un indicatore di salute che permette considerazioni sulle condizioni socio-sanitarie ed economiche di un Paese e sull’esposizione a rischio di malattie infettive che si diffondono per via oro-fecale1.

La percentuale di popolazione con accesso a fonti sicure di acqua potabile nel Mondo, secondo i dati del 2006 riportati nel Rapporto UNICEF (fonte UNICEF, OMS, Joint Monitoring Programme), è pari all’87%. Le evidenti difformità che si registrano a livello internazionale sono, tuttavia, più contenute rispetto a quelle che si rilevano prendendo in esame gli impianti igienici. Si passa, infatti, dal 100% dei Paesi industrializzati, all’84% dei Paesi in via di sviluppo, al 62% dei Paesi meno sviluppati.

L’analisi condotta a livello di ripartizioni territoriali mette in risalto l’accentuato ritardo dell’Africa subsahariana (58%), dove Africa occidentale e centrale (56%) e Africa orientale e meridionale (59%) mostrano valori analoghi che denunciano condizioni allarmanti, ad eccezione della punta terminale del Continente (Botswana 96%, Namibia e Sudafrica 93%). In queste sottoripartizioni si trova la quasi totalità dei Paesi con una copertura inferiore o eguale al 50%, tra cui spiccano la Somalia (29%), al penultimo posto al Mondo, e più distanziati Niger, Mozambico ed Etiopia (tutti con 42%) e Guinea Equatoriale (43%). Ulteriori elementi di preoccupazione si ricavano confrontando i dati delle aree rurali con quelli delle aree urbane, poiché – tranne la Guinea Equatoriale, in cui si rilevano all’incirca gli stessi valori – le realtà interne sono completamente differenti e gli squilibri assai pronunciati (Somalia 10% e 63%; Niger 32% e 91%; Mozambico 26% e 71%; Etiopia 31% e 96%). Si tratta di un fenomeno che continua a contraddistinguere negativamente un po’ tutta l’Africa subsahariana, dal momento che l’accesso a fonti di acqua potabile passa dal 45% delle aree rurali all’81% delle aree urbane e, in termini di sottoripartizioni, si passa dal 41% al 77% in Africa occidentale e centrale e dal 48% all’88% in Africa orientale e meridionale. Se, dunque, le aree urbane cominciano a mostrare segnali positivi, le aree rurali seguitano a stagnare in una situazione drammatica, in cui la carenza-assenza di impianti igienici adeguati e le limitate possibilità di accesso ad acqua potabile si sommano per rendere elevatissimo il rischio di contrarre la diarrea e altre malattie infettive. Tale rischio aumenta nei bambini con meno di cinque anni, giacché particolarmente vulnerabili, e comporta gravi conseguenze sullo stato nutrizionale, quando non si riflette direttamente sul tasso di mortalità infantile.
Emerge, quindi, l’urgenza di incentivare, nel medio-breve termine, iniziative congiunte con cui innalzare la percentuale di popolazione con accesso a fonti sicure e con cui ridurre il rischio di contagio.

Queste misure dovrebbero, innanzi tutto, favorire la:


Valori di ben diversa entità si riscontrano nelle altre ripartizioni territoriali, con Nord Africa e Medio Oriente (87%), Asia meridionale (87%), Asia orientale e Pacifico (88%) che sfiorano la soglia del 90%. Malgrado una certa difformità, l’assetto complessivo evidenzia il raggiungimento di una condizione più equilibrata e un’importante testimonianza è offerta pure dal relativamente contenuto divario tra i valori delle aree rurali e urbane (Nord Africa e Medio Oriente 78% e 94%; Asia meridionale 84% e 94%; Asia orientale e Pacifico 81% e 96%). Simili risultati non devono, tuttavia, far dimenticare che proprio in Asia meridionale e in Asia orientale e Pacifico permangono due dei casi di massima criticità, quelli dell’Afghanistan (22%) e della Papua Nuova Guinea (40%), rispettivamente all’ultimo e al terzultimo posto della graduatoria mondiale.

Oltre il tetto del 90% si collocano, infine, America latina e Caraibi (92%) e i Paesi dell’ECO e della CSI (94%)2. Sebbene presentino valori complessivi molto vicini tra loro, queste due ripartizioni denotano almeno un paio di fattori di differenziazione che vanno a scapito di America latina e Caraibi. Qui infatti: la situazione è più eterogenea, in quanto i Paesi rientrano in un maggior numero di raggruppamenti in classi; il divario tra le aree rurali e urbane è più marcato (73% e 97%, rispetto a 86% e 99% dei Paesi dell’ECO e della CSI) e le grandi città continuano a esercitare un notevole potere attrattivo. Pertanto, come diretta conseguenza del diverso grado di qualità della vita tra aree rurali e urbane, in America latina e Caraibi la percentuale di popolazione urbana, nel 2007, è addirittura pari al 78%.

Cristiano Pesaresi

1 La trasmissione oro-fecale è tipica dei Paesi in via di sviluppo e meno sviluppati, dove spesso, a causa delle gravi condizioni di arretratezza, della scarsa attenzione per l’igiene domestica e dell’inadeguatezza dei servizi igienico-sanitari e per lo smaltimento dei rifiuti, l’acqua e gli alimenti vengono a contatto diretto con sostanze fecali che provocano la contaminazione.

2 L’ECO o Organizzazione di Cooperazione Economica è un’organizzazione internazionale fondata nel 1985. Attualmente è costituita da dieci Paesi, sette asiatici e tre europei, che condividono l’obiettivo di individuare linee guida con cui favorire uno sviluppo corale e proficue attività economico-commerciali. La CSI o Comunità di Stati Indipendenti è una Federazione risalente al 1991, quale risultato della divisione dell’ex Unione Sovietica. Attualmente è composta da 12 Paesi e tra gli obiettivi vi è quello di favorire una certa cooperazione e un maggiore coordinamento, ad esempio commerciale e legislativo, tra gli Stati membri.

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