Associazione Italiana Insegnanti Geografia

Società di cultura del territorio

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Giacomo Corna Pellegrini

TURISMO:

PERCORSI DI CONOSCENZA NEL RISPETTO DELL'ALTRO

 

Pubblichiamo l'intervento preparato dal Prof.  Giacomo Corna Pellegrini  per l'evento Unicef di Milano del 29 febbraio 2008

 

 

Il modo abituale di guardare al turismo è quello di considerarlo un divertimento per il turista, e un’occasione di profitto per la realtà turistica che lo ospita. Vi sono, tuttavia, altri aspetti del turismo che meritano di essere valutati. Ciascuno può farlo, anche soltanto ripercorrendo con la mente qualcuna delle esperienze turistiche da lui realizzate, come turista o come ospitante. Proviamo a farlo insieme.

 

Turismo come novità.

Fin da quando viene pensata, immaginata e programmata, l’ esperienza turistica rappresenta una grande novità per il turista. Per me comincia sempre da una grande carta geografica, poi passa attraverso qualche enciclopedia, infine consultando carte e guide turistiche più specifiche. Una buona parte del gusto di viaggiare la sperimento già in questa fase, perché mi avvicino progressivamente al prescelto oggetto del desiderio, ma prima ho spiato dalla porta di varie altre destinazioni e mi è sembrato di fare una scelta da cittadino del mondo; benché, in realtà, con tutti gli ovvii limiti di spesa, di tempo, di forze mie, ecc...

 

Anche per chi si appresti ad accogliere il turista, la novità del suo atteso arrivo comincia molto prima; la preparazione dell’accoglienza è sempre piena di incertezze, che si trasformano in sicurezza solo al suo arrivo. Se poi non ci si apprestava affatto alla presenza improvvisa di un estraneo, la novità è ancora più forte.

 

Il desiderio di qualche novità, specie quando la realtà della vita quotidiana fosse molto ripetitiva, è forse stato sempre presente negli uomini, già da quando hanno preso coscienza di se stessi. Tuttavia la possibilità di soddisfare quel desiderio attraverso una esperienza turistica è abbastanza recente: quando cioè è stato permesso da una condizione di benessere, di tempo libero dal lavoro e da nuove e più facili modalità di spostamento; dapprincipio soltanto per pochi, per in misura sempre maggiore.

 

Il turismo è nato, infatti, soltanto quando si sono avute disponibilità economiche per fare viaggi o soggiorni lontano da casa propria; vi è stato il tempo per dedicarsi a qualcosa di diverso dal proprio lavoro e dalla propria vita quotidiana: in pratica, ma ancora per un numero limitato di persone, esso è nato soltanto dalla metà dell’Ottocento. Qualcuno, da allora, sopratutto in Europa, cominciò a viaggiare, perché ne aveva le possibilità e il gusto, quando per molti altri lasciare il proprio paese e il luogo abituale di vita era ancora impossibile.

 

Certo, anche prima si viaggiava soltanto per conoscere, per esempio da parte dei giovin signori del Grand Tour, che si preparavano a diventare classe dirigente; oppure si viaggiava per amore dell’ arte e della storia, come da parte di Goethe, nel suo mirabile Italienische Reise. Ma erano casi isolati; non davano luogo a particolari novità nelle città e nei luoghi attraversati, anche se invece già rappresentavano una situazione molto insolita e importante per i protagonisti di quei viaggi.

 

Viaggiare era ancora molto difficile, costoso e spesso pericoloso, non soltanto in Europa, ma anche in tutto il resto del mondo. I racconti di viaggio di epoche che precedono la metà dell’ Ottocento sono storie spesso affascinanti e appassionate di avventure, ben diverse però da ciò che è oggi l’esperienza della maggior parte dei turisti. Vi sono anche ora quelli che cercano di proposito i pericoli e i rischi a tutti i costi, ma sono modalità diverse dal viaggiare turistico, che forse meritano piuttosto il nome di sport estremi. Qualche altra volta, anche il turismo normale può trasformarsi in una avventura imprevista (come anche a me è capitato, per esempio in Nuovo Messico, per aver scelto d’inverno una strada percorribile solo d’estate), ma questa è l’eccezione e non la regola.

 

Chi oggi, avendo un reddito che supera i suoi bisogni essenziali e avendo la possibilità di assentarsi dal lavoro (per esempio, perché lo tutela un contratto collettivo o possiede una riserva finanziaria) può dunque spostarsi da casa propria per un certo tempo. Deve però anche sapere o sperare che ciò avverrà con mezzi di trasporto adeguati. Infine, deve conoscere come sicura, o almeno molto probabile, una ospitalità appropriata nei luoghi ove decide di recarsi. Con tutte queste premesse egli è finalmente in grado di fare turismo.

L’ aspetto più significativo di quello spostamento è però, soprattutto, la novità rispetto alla vita quotidiana.

Secondo dizionari ed enciclopedie, le novità sono cosa nuova, inventata, originale o altri significati analoghi. Il turista che si appresta ad un viaggio o soggiorno, altrove da casa propria, cerca appunto questo. Anche se (in qualche caso di persone abitudinarie), egli conosce per esperienza quei luoghi, che magari visita ogni anno; cerca comunque realtà diverse, rispetto alla sua vita di tutti i giorni.

 

A ben vedere, le vicende quotidiane di tutti offrono sempre novità, anche solo perché, in molte parti del mondo, ogni giorno il clima tende a cambiare; possono cambiare comunque l’ umore della gente circostante e il proprio; cambiano le occasioni di incontro, le notizie dei media, gli imprevisti. Tutto è impermanente, dicono molte filosofie, come lo è la vita stessa. Non a caso alcune di quelle dottrine suggeriscono: estote parati. Tuttavia è pur vero che la ripetitività degli eventi di routine spesso sommerge le novità e provoca il desiderio di uscirne.

 

Una facile prova di questo bisogno umano si ha nel rapporto di molta gente proprio con il clima, che ho prima evocato. Allorché, ad esempio, esso presenta per lungo tempo condizioni di calore, umidità o ventosità costanti, diventa intollerabile. Ciò appare a qualcuno altrettanto vero per certi periodi ... interminabili di scuola, certi lavori d’ ufficio o di fabbrica, certe abitudini casalinghe ripetute all’ infinito, certi incontri giornalieri sotto casa. Insomma, molte cose nuove si presentano ogni giorno davanti a noi da sole, ma sentiamo pure il bisogno, di tanto in tanto di qualche altra novità.

 

Le realtà insolite del turismo sono preziose. Anzitutto perché normalmente sono, appunto, non comuni e rare; poi perché suscitano reazioni diverse (fisiche, psicologiche e intellettuali), rispetto alla vita di ogni giorno, quindi vanno riconosciute e meritano riflessione; infine, perché il turista e l’ospitante hanno di solito cercato che esse fossero anche positive. Ciò è vero non soltanto per i turisti, ma anche per chi li accoglie. In particolare, chi ospita i turisti talora può farlo soltanto in alcuni periodi dell’anno e per poco tempo; si trova comunque di fronte a persone diverse (anche se sono le stesse dell’ anno precedente, ma invecchiate di un anno); infine, da loro attende un reddito, che è di solito fonte economica principale per la sua vita.

Le novità del turismo sono però solo potenzialmente preziose. Divengono davvero tali se godono della consapevolezza di chi le incontra.

Non a caso, infatti, il ragazzino o la ragazzina che siano trascinati a forza dai propri genitori a fare del turismo, talora detestano quella pratica, che li allontana dagli amici o da altri divertimenti che li attirerebbero di più. Ma anche in una coppia di adulti, l’uno o l’ altro dei due recalcitra talora ad una nuova esperienza turistica, desiderata e promossa dall’ altro. In un gruppo, poi, l’isolamento in cui taluno si pone, rispetto agli altri è spesso rifiuto a partecipare, condividere, godere di ciò che l’ esperienza turistica potrebbe offrire.

 

Le novità del turismo, per diventare preziose, devono dunque essere capite. Per comprendere ciò che si sta sperimentando, per esempio esplorando un paesaggio, una città, un popolo lontano, il gruppo stesso di sconosciuti con i quali si è intrapreso un viaggio, è richiesta curiosità, attenzione, delicatezza e intelligenza. Forse doti ancora maggiori si richiedono agli ospitanti dei turisti, che vedono spesso questi ultimi solo per tempi brevi, per esempio mentre mangiano (e si lamentano del ritardo nel servizio); mentre alloggiano nelle camere d’albergo (che accusano giustamente di inefficienza ... per il lavandino intasato).

 

Eppure entrambi (turisti e ospitanti) stanno incontrando persone e realtà che, se interpretate correttamente, possono rivelarsi conoscenze importanti, vive, realistiche: molto più, ad esempio, di quelle televisive o della carta stampata. Naturalmente, come si è detto, ciò esige in primo luogo curiosità, cioè interesse e desiderio di conoscere; esige ci si allontani (metaforicamente) dal proprio specchio o dalla capsula virtuale in cui ci si è forse racchiusi; per guardare invece fuori, le altre persone, le altre storie e tradizioni, gli altri paesaggi, il mondo esterno, insomma. Questo sguardo esterno da sé è una esperienza sempre essenziale per vivere (perfino agli animali), ma di cui qualche turista rischia talora di dimenticarsi, proprio mentre avrebbe più l’ opportunità di giovarsene.

 

Con la curiosità è anche necessaria l’ attenzione, cioè una sorta di impegno e concentrazione.

 È lo spirito di osservazione, che consente quelle che, vorrei chiamare, letture grandangolari del proprio intorno.

Ma ad esse va unita anche una considerazione specifica ad alcuni dettagli significativi, indispensabile per poi memorizzarli, unitamente all’insieme. Proprio per questo tanti turisti scattano fotografie, anche se gli strumenti dell’ attenzione sono molti di più: qualche appunto, un disegno, un collegamento mentale. Alla attenzione è infatti congiunta la memoria futura del viaggio turistico e degli incontri che esso ha consentito. Entrambe sono indispensabili per realizzare un ultimo effetto che il turismo può avere: ciò che può indicarsi come la ricchezza successiva, che la pratica turistica può regalare ai suoi protagonisti.

 

Una terza dote è necessaria per rendere le esperienze turistiche preziose: la delicatezza. Essa sarebbe utile sempre, nel rapportarsi con gli altri o con altri ambienti, ma è soprattutto indispensabile quando l’incontro è con persone o ambienti che si incrociano per la prima volta, oppure comunque di rado. La delicatezza è sinonimo di finezza, leggerezza, discrezione, tatto, fair play; ed è il contrario di asprezza, ruvidezza, rozzezza, sfrontatezza, sfacciataggine. Bastano questi vocaboli per spiegare come ciò che si incontra esiga, prima di tutto, rispetto.

 

Talora l’ incontro può suscitare difficoltà, repulsione; ma la delicatezza suggerisce sempre misura nel giudizio e, prima ancora, nel rapporto con le altre persone. Il rispetto comporta, inoltre, la considerazione dei diritti altrui, quindi degli obblighi conseguenti in chi si rapporta ad essi. Purtroppo è invece frequente un giudizio affrettato, o peggio, nei turisti più rozzi, già pronti a lasciare il campo furtivi, una prevaricazione verso i più deboli. Questo non è più turismo. È soltanto sfruttamento.

 

Tutto ciò comporta un saggio autocontrollo, esercitato con intelligenza, perché sostanzialmente si tratta di capire, e non soltanto di vedere, chi e ciò che si incontra. Al di là dell’ aspetto fisico dei paesaggi e della gente, bisogna rendersi conto di cosa essi sono in realtà, da dove vengono: storia lontanissima per i paesaggi; storia comunque complessa per gli uomini. Intravedere queste origini e queste vicende pregresse aiuta, se non a comprendere del tutto, almeno a dubitare di propri giudizi troppo affrettati. Il mondo è sempre complicato. La mente umana lo è forse ancora di più. Avere di ciò consapevolezza aiuta anche una auspicabile delicatezza del turista, nell’ avvicinare persone nuove e ambienti sconosciuti, rispettandoli anzitutto.

 

Decodifica è il termine tecnico per indicare questo sforzo di guardare al di là delle apparenze e cogliere gli aspetti e le origini più significative delle realtà. Decodificare significa, infatti, decifrare, comprendere, interpretare. Raramente basta la sensibilità di uno sguardo; più spesso occorre l’ umiltà di riconoscere che è davvero difficile capire, e bisogna magari rivolgersi alla lettura, ad una conversazione rispettosa, ad una riflessione più approfondita. Ricordo il mio primo viaggio in Giappone, anni or sono. Ripartii di lì dopo un mese senza aver capito nulla di quel Paese e di quella gente. Mi ci vollero anni per immergermi, attraverso lo studio, in un mondo così diverso dal mio, che tuttora credo di penetrare soltanto a tratti. Per lo più esso mi è ancora misterioso, anche perché in viaggi successivi l’ ho visto cambiare freneticamente.

 

Alcuni pericoli da evitare sono la tentazione della fretta e quella della collezione di viaggi, di cui essere fieri. È insensato aumentare le proprie esperienze turistiche per vedere tutto. Il buon senso già dice che questo è impossibile, ma lo conferma l’ informazione mediatica quotidiana, che ne testimonia il continuo cambiamento, sempre più rapido. Quello che si è visto l’anno scorso è spesso già assai diverso oggi.

 

Ciò che importa è, semmai, raccogliere alcuni campioni significativi, interpretarli il più correttamente possibile. Si può poi tentare di estrapolarli con cautela, per avvicinarsi ad intuire qualcosa dell’ universo di cui sono parte (con tutte le incertezze del caso, se i campioni non erano rappresentativi della realtà più vasta, da cui sono stati tratti). È, un poco, lo stesso lavoro dello scienziato, oppure semplicemente dell’analista di laboratorio clinico che, per giudicare lo stato del nostro sangue, non ha bisogno di analizzarlo tutto: bastano poche gocce, esaminate con gli strumenti e il tempo necessari.

 

Tutto ciò non toglie nulla alle emozioni del turista, anzi le esalta: alla novità delle realtà naturalistiche e umane si aggiunge il gusto e la suggestione di coglierne un senso più profondo; spesso, una volta tornati a casa propria e al proprio lavoro, anche la voglia di saperne di più. La cognizione profonda del reale è esperienza tra le più forti della vita (accanto all’amore, naturalmente !).

 

Turismo come trasformazione.

Quanto maggiore è la distanza tra la vita quotidiana del turista (e parallelamente dell’ospitante) e quella delle persone che incontra, tanto più forte è la trasformazione che quell’ evento provoca in entrambi, sia che essi ne siano consapevoli o no. Quel mutamento ha molte facce. La prima impressione, ad esempio, suscitata dalla folla dell’aeroporto, oppure all’ opposto da un paesaggio desertico, oppure ancora da una selva di grattacieli guardati dal basso; la sensazione suscitata da facce nuove, strani modi di vestire, sguardi stupiti: tutto ciò trasporta subito il turista in una realtà diversa, spesso non così prevista. Ma anche la gente che lo vede arrivare o che lo ospita stenta talora a capire di chi mai si tratti, se abbia soldi da spendere, domande strane da fare, mode nuove da proporre.

 

Può trattarsi di una trasformazione positiva, se suscita qualche giusta esitazione, qualche curiosità ulteriore; ma può essere anche pericolosa, se invece provoca repulsione, paura, stordimento e solitudine. Questa fu, per me, la prima impressione di New York, che ho poi amato ed amo moltissimo. Cercai subito di andarmene. Tutto mi sembrava ostile. Forse altrettanta fatica provano gli addetti di certi ristoranti sperduti nella taiga finlandese o nella savana della Tanzania, quando entri un rumoroso gruppo di personaggi rozzi e aggressivi. Essi si definiscono turisti, hanno pagato in anticipo ed esigono di essere serviti immediatamente. In ogni caso, prendere le cose con calma da parte di turisti e di ospitanti è la soluzione migliore. Slow tourism è un consiglio valido per tutti.

 

C’ è poi una trasformazione che giunge più tardi, al visitatore già più acclimatato e adattato alla nuova situazione; nonché all’ ospitante, che comincia a conoscere meglio con chi ha a che fare. In entrambi i casi molto dipende dalle capacità di adeguamento di entrambi, dalla loro elasticità mentale, la loro delicatezza verso gli altri e la capacità di autocontrollo verso se stessi.

 

Un soggiorno che si prolunghi un poco consente comunque di capire meglio la situazione; magari per dolersi di più d’aver intrapreso quel viaggio, ma invece anche per accettare volentieri la novità, sentirsi quasi a casa, accogliere gli ospiti come amici. Quando verrà l’ora di andarsene, ciò potrà forse essere un sacrificio per tutti, l’inizio di un rimpianto.

 

Talora è questa la premessa per una ulteriore trasformazione: per il turista, da compiere al rientro; per l’ospitante da inserire nella propria vita, come egli ha visto fare nella vita dei suoi ospiti. In qualche misura ciò accade sempre nella vita delle regioni turistiche, i cui abitanti tendono ad assomigliare a quelli delle regioni urbane da cui vengono i loro turisti. Un poco accade anche in senso inverso, quando nelle città si instaurano mode di vivere sperimentate durante le vacanze, nelle regioni più varie del mondo, per esempio, le cosiddette mode etniche.

 

L’esperienza del viaggio è, quasi sempre, neocorticale (aggiunge cioè nuove conoscenze, volute e ricercate), con tutto il piacere della scoperta.

Essa non è mai soltanto limbica (figlia cioè delle abitudini, che pure proseguono anche durante le fasi turistiche); tanto meno è rettiliana (semplice esigenza di espressione naturalistica). Trasferire nella quotidianità la stessa volontà e capacità neocorticale di stupirsi, abituale durante il viaggio, offre vivacità e interesse alla vita, può togliere noia, monotonia e ripetitività, può renderla meno banalmente limbica. Dominare infine i propri istinti rettiliani meno nobili, pur mangiando e dormendo com’è giusto, rappresenta un fatto di civiltà e di sana educazione, che distingue la persona responsabile e le conferisce credibilità.

 

Poiché la maggior parte del nostro tempo è nella vita quotidiana, dall’esperienza turistica si può forse cercare talvolta di trasferire il meglio anche nella quotidianità. Sì può tentare che anche i piccoli viaggi quotidiani diventino oggetto e motivo di trasformazione. Prima di uscire da casa, al mattino, si ha di solito un ruolo famigliare, che lentamente si trasforma, ad esempio, mentre si va a scuola, all’università o al lavoro. Esso diviene poi ruolo professionale verso i colleghi o i fruitori del proprio impegno lavorativo. Nel fine settimana, spesso il viaggio fuori città muta ancora i ruoli cui ci adeguiamo, incontrando amici o persone diverse e nuove. Durante le vacanze, ancor più si trasformano i paesaggi davanti a noi e gli incontri, che necessariamente obbligano ad un cambiamento di ruolo. Tutto ciò favorisce una vita più interessante e variata, forse anche più utile agli altri e a noi stessi.

 

Ogni trasformazione può essere però positiva e benefica solo quando se ne ha piena consapevolezza, cioè vera capacità di guardare ciò che si abbia davanti agli occhi; vero impegno a capire ciò che accade intorno a sé; vera scelta di partecipare a quanto di positivo ci si trova di fronte.

La capacità di guardare e l’impegno di capire sono, tra l’ altro due momenti tipici di ogni ricerca scientifica e specificatamente di ogni riflessione geografica:

sarebbe bello riuscissimo a farne caratteristica continua della vita quotidiana, autentico viaggio di trasformazione cosciente, in ogni suo momento e in ogni suo atteggiamento.

 

La decisione, invece, di partecipare a quanto di positivo ogni viaggio comporta, fa parte della libera scelta di ognuno, alla ricerca della propria e della altrui felicità. Ma è una decisione anch’ essa possibile e significativa, che può aprire la strada ad un ultimo, importante aspetto del turismo: una sorta di arricchimento del proprio patrimonio conoscitivo e vitale, che potrà rendere i suoi frutti in un lungo futuro. Nel ricordo delle proprie esperienze turistiche possono ritrovarsi momenti belli, anche molto lontani nel tempo.

 

Turismo come ricchezza.

Il frutto più abitualmente ricercato nell’esperienza turistica è quello del distrarsi dalla vita abitudinaria, rilassare la mente e il corpo, passare qualche giornata in serenità e magari anche in allegria. Ciò è possibile ed è importante, quando si realizza. Ma quella trasformazione della vita quotidiana, sulla spinta dell’esperienza turistica, può essere anche qualcosa di molto di più.

 

La cosa più ovvia (tuttavia non sempre realizzata) è la cognizione di nuovi luoghi e regioni del mondo. Li si può certo conoscere dai libri o da Internet; ciò è anzi in qualche occasione necessario; per esempio, per l’aspetto statistico, demografico ed economico. Ben più diretto e memorizzabile è tuttavia l’incontro fatto di persona con una città e un paesaggio, i suoi colori di notte e di giorno, i suoi odori, la sua gente. L’emozione (positiva o negativa) che viene da tutto ciò non è confrontabile con nessun altro tipo di apprendimento.

 

Ho premesso conoscenza tuttavia non sempre realizzata perché in effetti qualche turista sembra talora viaggiare con gli occhi chiusi e la mente altrove. Il già citato ragazzino, trascinato a forza dai genitori a visitare una stupenda città d’ arte, può quasi non vederla (perché rimpiange ciò che gli è stato negato), quindi tanto meno potrà conoscerla ... Ma anche il turista attento soltanto alla qualità dei servizi alberghieri può rischiare di assomigliargli.

 

Il secondo, importante tipo di sapere acquisibile attraverso qualunque viaggio è una dimensione del mondo più vasta di quella vissuta nel quotidiano. I voli aerei hanno molto diminuito questa sensazione, rispetto ai viaggi via terra o via mare, perché sono talmente rapidi (salvo quelli intercontinentali) che sembrano quasi annullare le distanze. Caricano e scaricano in aeroporti di cui è difficile, ai passeggeri, cogliere le diversità, perché hanno tra loro molte somiglianze, e sono quasi sempre in rifacimento. Non a caso qualcuno li definisce non luoghi.

 

Però, se appena dal finestrino di un aereo vedi sotto di te la catena delle Alpi, ti rendi conto che stai entrando in un ambiente del tutto diverso da quello che hai lasciato. Se poi resti in aereo otto o nove ore, ti rendi conto che l’India non è dietro casa, e Chicago neppure. Insomma: la mera sensazione della distanza percorsa, più il cambio dei fusi orari, possono trasmettere un senso di estensione del globo terrestre difficilmente apprezzabile altrimenti. È un modo non secondario per sentirsi cittadini del mondo.

 

La gente che si incrocia viaggiando, talora quasi convivendo per lunghe ore con essa, per esempio in uno scompartimento ferroviario o in una fila di poltrone d’ aereo, rappresenta anch’ essa un tipo di conoscenza spesso assolutamente nuova. Naturalmente, solo se si è capaci e si vuole guardarla, magari intrecciare un discorso, oppure anche solo fare delle ipotesi, tra sé e sé, sul tipo di persone che si hanno accanto. Sbirciare un vicino di treno (senza fissarlo o infastidirlo, ovviamente), può consentire talora occasioni di conoscere l’animo umano quanto offre una pagina del Manzoni o di Henry James.

 

Un’altro tipo ancora di nuova, fondamentale comprensione, offerta a chi viaggia, è la conoscenza di sé. Le proprie reazioni ad ogni novità, ogni nuovo incontro; la propria fatica, la noia, l’ emozione di fronte a cose memorabili. Tutto ciò rappresenta un autentico protocollo di ricerca sulla propria sensibilità, il proprio corpo, la propria mente. Non c’ è bisogno di andare per tre mesi in un reality duro, per guardarsi dentro e misurarsi con se stessi: osservarsi mentre si viaggia è spesso già un test molto efficace.

 

Vale anzi la pena, a questo proposito, di prendere qualche appunto. Sarebbe sempre utile, questo esercizio autobiografico, ma lo è soprattutto in riferimento al confronto di sé con un ambiente nuovo e diverso, come il turismo offre di continuo. Un mio viaggio di un mese in America, da solo, quando ero giovane, fu opportunità di una sorta di autoanalisi indimenticabile (per quanto involontaria). La convivenza prolungata con amici in piccolo spazio (come una barca, ad esempio) mette in luce le proprie capacità di sopportazione, più di molte altre prove di resistenza.

 

Tutti questi diversi modi di apprendere costituiscono un patrimonio conoscitivo pari o addirittura superiore a quello che si può imparare sui banchi della scuola o in mesi interi di biblioteca. Tra queste esperienze, una soprattutto merita di essere ricordata: l’ incontro, spesso duro, con la povertà, oppure con un modo di pensare del tutto diverso, per esempio una religione differente dalla propria. La diversità e soprattutto la povertà meritano molto rispetto. Ricordo, a Sumatra, un compagno di un viaggio di gruppo, che diede ad un contadino locale una somma pari ad un mese di lavoro di costui, perché salisse su un albero di cocco, tra lo stupore di tutti. Rispettare ogni diversità è importante, ma soprattutto rispettare i più deboli. La ricchezza che il turismo può offrire a chiunque lo pratichi consiste anche nel confrontarsi con la diversità e la debolezza altrui: rispettandola profondamente.

 

Anche per chi ospiti i turisti vi è occasione di nuova ricchezza; non soltanto quella materiale che viene dal reddito per i servizi di ospitalità. Proprio il benessere che ha consentito ai viaggiatori la loro esperienza turistica è spesso anche portatore di cultura e nuove conoscenze (tecniche, scientifiche e altro ancora) che possono giovare a chi ancora non le possieda. Nessuno s’illude che progresso e modernità diano meccanicamente felicità. È anzi spesso il contrario. Ma uscire dalla povertà e anche dall’ignoranza estrema sono invece sicuramente cose utili, cui la presenza turistica può in qualche caso giovare.

 

Raramente ho visto consapevoli di questo i tour operators dei Paesi ricchi e gli amministratori locali di regioni povere, oggetto del turismo. Si pensa quasi solo ai dollari che si spostano. Offrire qualche occasione di incontro, per esempio, delle persone locali con i turisti, potrebbe essere esperienza interessante: un gruppo di maestri europei con quelli locali; un gruppo di medici giapponesi con i sanitari del luogo. Anche i così detti viaggi culturali raramente offrono incontri del genere.

 

Per concludere. Viaggiare e fare del turismo è privilegio della nostra epoca: per molti, ma certamente ancora per pochi. Imparare a viaggiare bene è dunque importante. Merita fare del turismo pensato con attenzione, non soltanto in riferimento agli itinerari, ai costi e ai compagni di viaggio (pure tutti importantissimi), ma anche a come viverlo. Esso può essere un notevole percorso di conoscenza del mondo esterno e di se stessi; può rendere la vita più significativa; può trasmettere informazioni utili a migliorare l’ esistenza di molti. Tutto ciò esige però consapevolezza e rispetto per gli altri, che è poi anche rispetto per se stessi.

 
 
 

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