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Le
Indicazioni Nazionali del settembre 2007 hanno
collocato la geografia e la storia nella comune
area storico geografica. La relazione tra le due
discipline è quindi destinata a diventare più
stretta e per questo è necessario un periodo di
ricerche e sperimentazioni didattiche.
Il contributo della Prof.ssa Di Palma, che
ha moderato il forum sull'area geo storico
sociale nel recente convegno "Storia e
Cittadinanza", delinea i principali temi su cui
confrontarsi e produrre nuova conoscenza.
“L’AREA GEO – STORICO
– SOCIALE”
Relatori: Prof.ssa Caterina Simonetta –
Università degli Studi di Torino ; M.o Arturo Ghinelli – 3° Circolo di
Modena; Prof. Fulvio Salimbeni – Università degli Studi di Udine; Prof.
Angelo Torre, Università degli Studi del Piemonte Orientale.
di Maria Teresa di Palma (SILSIS
Pavia)
Il nostro Forum doveva
occuparsi dell’integrazione tra storia, geografia e studi sociali nel
curriculum del primo ciclo d’istruzione. Com’è cominciato?
Significativamente è iniziato in due aule diverse: “Monviso” e “Monginevro”,
così abbiamo dovuto affrontare il problema dell’unificazione, che è riuscita
grazie alla disponibilità di coloro che stavano sul Monviso – dove stavano
bene, tutti seduti attorno a un bel tavolo ovale: decisamente un’ottima
collocazione per un dialogo – a spostarsi e confluire sul Monginevro dove ci
sarebbe stato posto per tutti. Vi dico subito com’è finita, quali sono state
le conclusioni, che espongo così come abbiamo concordato tutti insieme:
Interdisciplinarietà non come somma
delle diverse materie, ma come condivisione e come presa di coscienza di
interconnessioni problematiche: è questo l’unico modo per evitare rapporti
non paritari, come d’altronde accade nella ricerca in cui non è più
possibile che uno studioso da solo o facendo appello solo ai saperi della
propria disciplina possa giungere a risultati esaurienti. Non è più il tempo
in cui una disciplina si può dire “ancella” dell’altra: se c’è – come
scriveva nel 1973 Lucio Gambi - una geografia per la storia, molti storici
nel frattempo hanno scritto tante storie per la geografia.
Lavorare per problemi: posto un problema
significativo ciò che conta è il lavoro di squadra. La connessione tra
storia e geografia può avvenire anche se a insegnarle sono persone diverse.
Quello che conta è la progettazione, che così può essere allargata anche
agli altri componenti del consiglio di classe, superando la scellerata
separazione gentiliana tra “sapere umanistico” e “sapere scientifico”;
“Il territorio come aula”: sia inteso
nel senso di portare le esigenze del territorio a scuola sia di fare uscire
i ragazzi sul territorio. Lavorare sulla realtà locale non significa fare
del localismo, ma far emergere dallo studio e dall’analisi dei fenomeni e
dei processi locali le connessioni con fenomeni e processi più generali,
utilizzando la transcalarità come strumento di comprensione, di analisi, di
pluralità di approccio per attivare l’abitudine a porsi anche da un punto di
vista “altro”;
La geografia anche come strumento di
riflessione sulla percezione del paesaggio – così come definito dalla
Convezione Europea sul paesaggio;
La storia anche come chiave di
comprensione del territorio, delle sue partizioni e della loro genesi, delle
partizioni tra coloro che lo vivono;
Centralità del rapporto territorio –
risorse, anche se resta da definire il significato di “risorsa” (non solo
quelle materiali);
Una didattica del patrimonio culturale
connessa al sentimento del paesaggio e una didattica della ‘visualità’
attiva, nella quale cioè non solo si utilizzino i film per un discorso sulla
storia, ma si facciano film insieme ai ragazzi per documentare o per
ricostruire situazioni storiche;
Uno sforzo di ri-concettualizzazione
non solo temporale, ma anche spaziale, tenendo conto cioè dei mutamenti che
oggi investono entrambe le categorie.
Restano aperti
moltissimi problemi, tra i quali il più urgente è capire “chi” debba
prendere queste decisioni: se le nuove indicazioni nazionali si delineano
come un framework che lascia autonomia alle scuole, come fare per evitare
che l’autonomia si trasformi in separazione? In questo ci è venuta in aiuto
una buona pratica, quella che ha raccontato il Maestro Ghinelli di Modena,
dove gruppi di insegnati di tutte le scuole, elementari e medie, della città
hanno superato i confini, si sono venuti incontro, o meglio si sono messi al
lavoro insieme, e hanno formulato un curricolo verticale proprio a partire
dalle occasioni che il territorio - urbano e non solo - forniva: tale
curricolo, per chi volesse andarlo a vedere è sul sito dell’IRRE Emilia
Romagna (www.storiairreer.it
).
Soprattutto è stato
importante ciò che nel nostro forum è successo in mezzo, tra l’inizio e la
fine: il come si è svolto. Intanto si è potuto svolgere in questo modo anche
perché non era molto numeroso, circa 25 persone vi hanno preso parte:
prendere parte vuole dire che tutti hanno preso la parola, vuole dire che
quelle tre persone che sono uscite prima, avevano detto prima ancora di
cominciare che non avrebbero potuto rimanere fino alla fine, che tutti
insieme abbiamo steso questa relazione, punto per punto. Tra gli argomenti e
i problemi solo sfiorati (perché il tempo è quello che è): i modi in cui si
sono costruite e tutt’oggi si costruiscono cittadinanze, la produzione dei
luoghi, la conoscenza interattiva dell’ambiente attraverso le uscite sul
territorio, la crescente difficoltà di spazializzazione rilevata nei
ragazzi, il problema della motivazione dei discenti (siano essi ragazzi o
insegnanti), le modalità dell’aggiornamento dei docenti per evitarne la
distanza dalla pratica quotidiana, come affrontare temi di geopolitica,
quale “rete concettuale a maglie larghe” costruire e sulla quale tessere le
singole conoscenze, come valutare delle competenze, in che modo superare il
rischio che ognuno faccia ciò che vuole, ma anche le diverse “impostazioni
epistemiche” degli storici (il dibattito tra il Prof. Pombeni e il Prof.
Cardini). In estrema sintesi.
E’ stato un momento di
costruzione di cittadinanza. Perché la cittadinanza non è data, ma nasce, si
costruisce e conquista, ma può anche morire. Perché così come l’interdisciplinarità
è qualcosa di più della semplice somma delle singole discipline, così nel
nostro lavoro c’è qualcosa che va oltre ciò che viene detto: che è la voglia
di dirlo, la voglia di ascoltare, la voglia di lavorare insieme, la voglia
di essere soggetti, la voglia di costruire insieme. In poche parole la
voglia di cittadinanza senza la quale non si può costruire educazione alla
cittadinanza. Allora, quando pensiamo alla formazione degli insegnanti,
vanno bene le piattaforme interattive, ma teniamo conto che non bastano, se
il nostro fine è arrivare a costruire qualcosa insieme: per quello ci va il
rapporto diretto, da persona a persona.
Un ultimo problema resta
aperto: come andare avanti nelle scuole e nel lavoro quotidiano con i
docenti? Che fine – se fine deve avere - farà quanto abbiamo costruito in
questi giorni? Grazie.
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